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Stai crescendo un figlio… o lo stai rovinando?

Partiamo subito male, così siamo allineati.


Da una parte le mamme pancine: amore infinito, protezione totale, figli trattati come se fossero fatti di cristallo. Dall’altra le mamme tacco a spillo: agenda piena, carriera lanciata, figli gestiti tra una call e una notifica, più o meno come un appuntamento su Microsoft Outlook.
Due mondi opposti, due filosofie educative che sembrano incompatibili. E la verità è che, portate all’estremo, fanno entrambe danni.


Le mamme pancine sono quelle che vivono per i figli. Sempre presenti, sempre disponibili, sempre pronte a intervenire. Se c’è un problema, lo risolvono loro. Se c’è una difficoltà, la eliminano prima ancora che il figlio se ne accorga. Se c’è una scelta da fare, in qualche modo la fanno loro, anche quando fingono di non farlo.
Attenzione: questo modello ha anche qualcosa di profondamente bello. I figli crescono sentendosi amati, protetti, importanti. Sanno di poter contare su qualcuno, sempre. E in un mondo spesso freddo e distante, non è affatto poco.
Il problema nasce quando l’amore diventa sostituzione. Quando il figlio non viene più accompagnato, ma inglobato. Quando la mamma non aiuta a crescere, ma impedisce di farlo. E lì si sfiora qualcosa di inquietante, una dinamica che ricorda in versione soft Norman Bates: non c’è separazione, non c’è autonomia, non c’è spazio per diventare davvero se stessi.
Il risultato? Adulti che sulla carta sono grandi, ma nella pratica fanno fatica a stare in piedi da soli. Persone che non sanno gestire un fallimento, che vanno in crisi davanti a una decisione, che cercano continuamente qualcuno che li guidi. Però, certo, hanno sempre avuto qualcuno che li ha protetti da tutto. Anche dalla vita.


Poi ci sono le mamme tacco a spillo. Quelle che lavorano tanto, che hanno obiettivi, ambizioni, ritmi serrati. Quelle che non possono fermarsi ogni volta che il figlio ha un problema, e quindi — spesso — non si fermano proprio.
Anche qui, sarebbe troppo facile demonizzare. Perché questi figli imparano presto a cavarsela. Sviluppano autonomia, capacità di adattamento, senso pratico. Capiscono che il mondo non ruota attorno a loro e, paradossalmente, questo li rende spesso più forti.
Il problema è quando l’autonomia diventa solitudine. Quando il messaggio implicito non è “puoi farcela da solo”, ma “devi farcela da solo perché io non ci sono”. E lì si crea un vuoto. Un bisogno di riconoscimento che non viene soddisfatto. Una sensazione sottile ma costante di non essere mai abbastanza.
L’immaginario è quello de The Devil Wears Prada: performance, risultati, standard altissimi. Solo che qui non stiamo parlando di lavoro, ma di relazione. E i figli crescono magari efficienti, capaci, brillanti… ma con un pezzo emotivo lasciato indietro.


E allora arriva la domanda scomoda: chi ha ragione? Meglio una mamma che ama troppo o una che sembra amare poco? Meglio essere iperprotetti o iperautonomi?
La risposta onesta è che nessuna delle due funziona davvero. Perché il problema non è quanto ami tuo figlio, ma come lo ami. Se lo proteggi sempre, gli impedisci di crescere. Se lo lasci sempre da solo, gli togli un punto di riferimento. In entrambi i casi, qualcosa si rompe.
Un figlio non ha bisogno di una mamma perfetta. Ha bisogno di una mamma che sappia stare nel mezzo, che è la posizione più scomoda di tutte. Quella in cui sei presente ma non invadente, in cui aiuti ma non sostituisci, in cui lasci sbagliare ma non abbandoni.
È un equilibrio instabile, faticoso, pieno di dubbi. Non ci sono manuali, non ci sono formule. E infatti quasi tutti, in qualche fase, sbagliano da una parte o dall’altra.
La verità, quella che non piace a nessuno, è che crescere un figlio significa anche fare i conti con i propri limiti. Con le proprie paure. Con il bisogno di controllo o con la tendenza a scappare. E spesso quello che vediamo nei figli è semplicemente il riflesso di quello che non abbiamo risolto noi.


Quindi la domanda vera non è più “meglio mamma pancina o mamma tacco a spillo”. La domanda vera è: quanto di quello che facciamo è davvero per i nostri figli… e quanto è per noi?


Se ti ha dato fastidio anche solo un passaggio, è normale. Vuol dire che qualcosa ha toccato.
E a questo punto la chiudo così: vuoi che il prossimo lo facciamo sui padri? Perché lì, fidati, c’è ancora più materiale per discutere.

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